Pittura > Calendario Lapis 1999

Santacroce e il gran circo del mondo di Angelo Scandurra

Il tempo resta una delle angosce ancestrali dell’uomo dalla nascita del mondo, nell’ingranaggio esistenziale, misurare la scansione degli accadimenti ha impegnato le intelligenze fino alla malasorte. L’umanità non ha mai accettato questo senso di smarrimento cosmico ed ha cercato disperatamente cifre di rapportabilità affinchè l’illimitatezza potesse avere una connotazione quasi “fisica”: poter ridurre il problema alla concretezza di un punto di riferimento. E a tal proposito la spasmodica ricerca di un collegamento si è tradotta spesso in sortilegi afferrabili, o meglio, percettibili. Si è reso, cioè, indispensabile dare un ordine cronologico, storico, agli eventi perché, alla fine, senza un itinerario ben prefigurato lo stesso dipanarsi della vita forse sarebbe risultato impossibile o inconcepibile. 

Fra gli innumerevoli dati di riferimento, il calendario: una suddivisione in numeri ( millenni, secoli, anni, mesi, giorni, ore, minuti, attimi…) del nostro apparire e scomparire terreno. E sappiamo tutti la miriade di implicazioni, scientifiche, filosofiche, artistiche, religiose, che tale suddivisione ha comportato e comporta. Dalle culture tribali a quelle esasperatamente tecnologiche è stato ed è un dispiegarsi a ventaglio di rituali: ciascuno giustificabile, dimostrabile, all’interno del tessuto socio- culturale che lo determina.

 Antonio Santacroce, chiamato a raffigurare questo calendario del Duemila, ha finito col trasfigurare ( e non poteva essere altrimenti ) col tramite del suo inconfondibile stile, un’idea più ampia e complessa della concezione del tempo: automaticamente L’artista ci ha restituito una propria elaborazione di tale “viaggio”.

Attraverso lo scavo che si snoda in un tortuoso e intrigante itinerario archeologico tra gli affreschi alla ricerca di quelle sotterraneità che siano anche lucentezze, Santacroce stigmatizza il rapporto-raffronto libertà-tempo. Così la figura di Dioniso che rappresenta la nascita, il senso supremo dell’essere libero. E poi il sogno premonitore di Semele. E ancora la possanza di Giove, autorità massima tra gli dei, con la sua austerità, imponenza e carisma dominanti.

Credo che tanto affacciarsi di / in scene mitologiche non sia per Santacroce un tentativo di ritorno alle origini, un indagine, come si suol dire, sulle proprie radici, bensì il significato di una proiezione eterna di immagini intese come il seme da cui sono scaturite e seguitano a sgorgare le sembianze del nostro essere. Più che simboli le figure mitologiche che incontriamo ( Vulcano e Athena, Mercurio, Aci e Galatea….) sono personaggi di uno spazio ben perimetrato e che espone ad indecifrabili destini. Allora, la mano dell’uomo (artista nel decodificare le intemperie della propria intelligenza) crei dei cerchi alla guisa di corazze, di rifugi per le proprie creature. Ma egli è sufficientemente consapevole che i cerchi si possono rompere, che si possono sibillanamente attraversare: e ad attraversarli non è solo il chiodo di luce che ne trafigge la pelle. Perciò tutto viene rielaborato come in una tenda da circo sulla cui pista si sviluppa una ordinata baraonda: un circo che reincarna al tempo stesso il dentro e il fuori della vita.