1945

Il 18 dicembre (ufficialmente il 1° gennaio 1946) alle 7 del mattino, a Rosolini, piccolo paese dell’estremo sud siciliano e siracusano, nasce Antonio, ultimo dei cinque figli di Antonietta Moncada, che sta per compiere trentotto anni, e di Giovanni Santacroce, che ne ha già cinquantacinque.

1946-1958

Il mito del padre e l’origine del sogno

In questi anni il piccolo Santacroce vive felicemente il suo essere espressione dell’amore materno e il suo ruolo di giocattolo per i fratelli più grandi. Incomincia a conoscere ed amare la figura eroica del padre, che dedicava tutte le sue forze alla difesa dei diritti dei contadini e con lui il piccolo Antonio apparirà nella foto ufficiale il giorno della assegnazione delle terre dei latifondi di Noto. Quel giorno di grande gioia per suo padre e per i contadini, oltremodo speciale per l’unico bambino ammesso alla festa degli uomini per la terra conquistata, sarebbe stato perdipiù il giorno della scoperta e perdita di un affascinante tesoro per ritrovare il quale comincia a formarsi nella mente del pittore a venire il sogno dei futuri viaggi archeologici. Il fotografo scattò la foto ufficiale, poi tutti si diedero da fare per la festa, nessuno badò al bimbo che si allontanava: il carrubo, teatro dei suoi giochi lo attira, il grande tronco spaccato alla base nasconde qualcosa di bello, misterioso e magico; i richiami del padre e degli altri rompono l’incanto, spaventato torna verso la festa conservando il segreto. Soltanto dopo, in paese, racconterà ai compagni l’accaduto, ma non saprà mai più indicare né ritrovare quel sito miracoloso. “Avevo sei anni, quando, una mattina fui svegliato all’alba per andare con mio padre perché c’era qualcosa di importante e di bello da fare. Una carrozza veniva a prenderci per scendere verso la strada che va a Noto. Era uno spettacolo impressionante di carretti tutti in fila che ci aspettavano. Mio padre era raggiante, soddisfatto, mi teneva la mano e ogni tanto me la stringeva forte nella sua. Arrivammo nelle vicinanze di Noto. Là c’erano ad aspettarci due uomini eleganti con camicie bianche e vestito scuro. Un contadino chiamato ‘Tanu Cavaddu’ mi prese in braccio e tutti, forse cento e più persone, ci mettemmo come un muro in fondo ad un campo di grano. Davanti a noi, lontano, c’era un fotografo chinato dietro la macchina fotografica sotto ad un panno nero. Si trattava dell’assegnazione delle terre! Dopo un po’ sentii il bisogno di allontanarmi e corsi verso un vecchio carrubo che in basso aveva una grande fenditura coperta di fieno. Sotto quel fieno c’era qualcosa che poi ho sempre chiamato ‘pietre magiche’. “Erano cocci di ceramica greca, medioevale, pezzi di vetro antico e alcuni resti di statuine in terracotta. Due, soprattutto, mi esaltavano: il pezzo di vetro azzurrino-verde e il pezzettino di ceramica araba che pensavo avesse il colore cangiante delle cicale”. Antonio verrà affascinato anche dai disegni, con i quali il padre illustrava i suoi scritti di satira politica, da quei ritratti disegnati a memoria, dai numerosi disegni tratti dalle storie dei Paladini di Francia e da quelli scoperti nei suoi album di viaggio. Scoprirà più tardi che il padre frequentava la bottega “aperta” di “Don Giuorgi u pitturi”, rinomato pittore di carretti della zona. Di questi anni sono quei ricordi indelebili di sterminati campi di grano verde o maturo, modellati dal vento; ore incantate, passate ad ascoltare le favole siciliane raccontate dalla madre. Nel luglio 1958 muore il padre, muore anche l’infanzia felice di Santacroce. Egli ha solo due desideri: riavere il padre vivo ed iscriversi in una scuola d’arte.

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